Partner

Anna Lindh Foundation Regione Marche Unione Europea

Menu Principale

Cerca

Statistiche

Utenti : 367
Contenuti : 95
Tot. visite contenuti : 37757
Trascorsi 20 anni dall'assedio in Bosnia Stampa

Non si poteva uscire ne' entrare, non c'era cibo, acqua, luce e gas, solo bombe: in quarantatre' lunghi mesi di assedio, Sarajevo ha contato 20 anni fa i propri morti, 11.541, oltre a 50.000 feriti e mutilati, dilaniati dalle granate serbe cadute sulla citta' con una media di 330 al giorno, un macabro reality show al quale

 

tutto il mondo assisteva in diretta televisiva. Le Nazioni Unite attuarono un ponte aereo per gli aiuti umanitari, durato piu' di quello di Berlino, dispiegando 24 mila caschi blu in tutta la Bosnia, ma la gente nella capitale e nel resto del Paese continuo' a morire per tre anni e mezzo. Le prime vittime furono due giovani donne, Suada Dilberovic e Olga Sucic, uccise dai cecchini serbi sul ponte che oggi porta il loro nome, mentre manifestavano per la pace il 5 aprile 1992.

Il giorno dopo la Comunita' europea e gli Usa riconobbero l'indipendenza della Bosnia dalla Jugoslavia, e quel 6 aprile divenne formalmente l'inizio dell'assedio di Sarajevo e della guerra in Bosnia. Quel giorno arrivo' il primo bombardamento ad opera dell'artiglieria pesante dell'esercito federale, a grande maggioranza serba, che gia' da due mesi era dispiegata sulle colline tutt'intorno alla citta': 1.600 bocche di fuoco, 100 carri armati, 180 blindati e 12.000 soldati stringevano la capitale in un cerchio lungo 62 chilometri.

Un mese piu' tardi cambieranno solo le insegne per diventare l'esercito della 'Repubblica serba di Bosnia'. Gli abitanti di Sarajevo riusciranno solo nell'estate del 1993 a fare una ''breccia'' nel muro di sangue e di terrore, scavando un tunnel sotto la pista dell'aeroporto.

Nel piu' lungo assedio della storia moderna le tecniche usate sembravano prese dalle cronache medievali: cibo, acqua, luce, gas, erano diventati strumenti di guerra. Gli assedianti controllavano anche i convogli di aiuti umanitari scortati dai Caschi blu, cercando di prendere Sarajevo, oltre che per fame e freddo, seminando terrore: bombardavano ospedali, scuole e biblioteche, i cecchini sparavano anche sui bimbi di pochi anni e le granate colpivano i civili mentre prendevano un caffe', attraversavano una strada, raccoglievano legna o prendevano l'acqua, e anche mentre seppellivano i propri morti.

Ogni assembramento rischiava di diventare una strage, come quella del 27 maggio 1992, quando un colpo di mortaio uccise 23 persone in fila per comprare il pane, fino al massacro del mercato il 5 febbraio 1994 con 68 morti, e a quello del 28 agosto 1995, con 41 morti, che provoco' la reazione della Nato e gli attacchi aerei contro le postazioni di artiglieria serbe. La citta' ha resistito cercando in tutti i modi di mantenere in vita quello 'spirito di Sarajevo' dalle molte culture e molte religioni, e la memoria di una Bosnia in cui la tolleranza e la vita comune erano una tradizione secolare. ''Se noi sarajevesi fossimo stati dichiarati un esperimento, le nostre conoscenze ora proverebbero scientificamente all'umanita' che e' possibile sopravvivere a una catastrofe e al terrore e rimanere nello stesso tempo esseri umani'', dice Suada Kapic, autrice del progetto di un futuro Museo dell'assedio la cui porta virtuale verra' aperta al pubblico di Internet il 5 aprile.

 

Ascolta Radio Africa

Guarda Planet Africa

Chi è online

 8 visitatori online

Feed RSS